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«Mio figlio non mi parla più»: restare in relazione durante l'adolescenza

Quando i figli crescono, cambia anche il modo di stargli vicino. Trovare la giusta distanza è difficile, per tutti e due.
«Com'è andata oggi?»
«Bene.»
«Che cosa avete fatto?»
«Niente.»
A volte il dialogo si riduce a questo. Le domande ricevono risposte sbrigative, la porta della camera resta chiusa, una proposta qualsiasi diventa motivo di discussione.
Da genitore puoi sentirti escluso, preoccupato, persino ferito. Ti chiedi dove sia finita la confidenza di prima e se hai sbagliato qualcosa. E anche avvicinarsi si complica: se insisti sembra che la distanza aumenti, se lasci correre temi di perdere il contatto.
Crescere vuol dire anche separarsi
In adolescenza un ragazzo o una ragazza ha davanti un compito enorme: costruire un'identità propria. Per farlo ha bisogno di staccarsi, almeno un po', da chi lo ha cresciuto. Non è un rifiuto di te. È più spesso un lavoro che si fa in silenzio, mentre il corpo cambia, gli amici contano moltissimo e l'immagine che si mostra agli altri diventa una cosa seria.
Per questo i movimenti sembrano contraddittori. Chiede autonomia e un attimo dopo cerca rassicurazione. Rifiuta un consiglio, ma ha bisogno di sapere che ci sei. Anche per lui è difficile capire cosa gli serve, figurarsi dirlo.
Alcuni silenzi custodiscono pensieri ancora incerti, emozioni che non hanno un nome, o semplicemente il desiderio di tenere qualcosa per sé. Vale la pena osservarli senza leggere ogni distanza come un segnale d'allarme.
Tenere aperta la porta
Quando sei preoccupato viene naturale fare molte domande, dare consigli, cercare subito una soluzione. Spesso però il dialogo ha bisogno di un altro tempo.
Si può partire da ciò che si vede, senza interrogare: «In questi giorni ti vedo più silenzioso. Ci sono, se vuoi parlarne». E poi lasciare che la risposta arrivi, o che non arrivi subito.
Molte conversazioni nascono in macchina, davanti ai fornelli, mentre si fa insieme qualcosa. Lì parlare costa meno: non ci si guarda negli occhi e nessuno si sente interrogato.
Ascoltare vuol dire anche provare a capire un'emozione prima di intervenire. Puoi riconoscere la rabbia di tuo figlio o di tua figlia e, nello stesso tempo, non accettare il modo in cui la esprime. I limiti restano, e funzionano meglio quando sono pochi, chiari, spiegati e sostenuti con coerenza. Fanno parte del modo in cui gli dici che gli sei ancora accanto.
