
A volte il malessere arriva senza una ragione evidente. Per chiedere aiuto non serve avere già le risposte.
Può essere un pensiero che non si ferma, la sera, quando la giornata dovrebbe finire. Il fiato corto, lo stomaco chiuso, il sonno spezzato. L'abitudine di prevedere tutto ciò che potrebbe andare storto, e la fatica crescente di fare cose che prima venivano da sé. Oppure il disagio prende un'altra forma: una tristezza sorda, relazioni che costano più del solito, la sensazione di essere fermi mentre gli altri vanno avanti.
Poi spesso arriva una seconda voce, quella che giudica. «Dovrei farcela da solo». «Non ho nemmeno un motivo per stare male». Così alla sofferenza si aggiunge la vergogna di provarla.
Ma quello che senti esiste, anche se non sai ancora come chiamarlo. L'ansia, nel modo in cui lavoro, non è soltanto un guasto da eliminare. È anche un segnale: dice che qualcosa dentro di te chiede attenzione, e quasi sempre quel qualcosa ha una sua storia.
Capire, prima ancora di stare meglio
Desiderare sollievo è naturale, ed è spesso il motivo per cui si arriva in terapia. Il sollievo però regge di più quando si capisce da dove viene l'ansia. Quando è comparsa? In quali momenti si fa più forte? Che cosa c'è attorno, in quei momenti: una persona, un compito, un ricordo?
Non sono domande a cui rispondere in fretta. Si affrontano un po' alla volta, al ritmo che ciascuno riesce a sostenere.
Come lavoro
Il mio orientamento è psicodinamico, con riferimento alla psicologia analitica di Jung. In pratica significa guardare il presente senza staccarlo da ciò che è venuto prima: l'ansia di oggi ha spesso radici in aspettative che ci portiamo dietro da tempo, in bisogni che non abbiamo mai potuto ascoltare, in modi di stare con gli altri che si ripetono senza che lo scegliamo.
Per Jung la psiche tende da sé a cercare un equilibrio, e i sintomi, i sogni, le immagini che ci tornano in mente fanno parte di questo tentativo. Non serve portare dei sogni in seduta. Se capita che ce ne siano, hanno il loro posto.
Lo studio è un luogo riservato, dove si può dire anche ciò che altrove non si dice, senza timore di essere giudicati. Le parole, spesso, arrivano dopo.
