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«Dovrei farcela da solo»: dubbi e paure su cui si inciampa prima di cominciare

Pensare di chiedere aiuto può dare sollievo, ma porta con sé anche esitazione, imbarazzo, il timore di essere giudicati. Sono reazioni comuni, e vale la pena prenderle sul serio.
Tra il pensiero «forse mi servirebbe parlarne con qualcuno» e la telefonata per fissare un appuntamento può passare molto tempo. Mesi, a volte anni. Si cerca un professionista, si leggono due pagine, si chiude la finestra. Ci si chiede se il proprio malessere sia abbastanza serio, se parlare servirà davvero, cosa penserebbero gli altri. Anche chi riconosce il valore della psicoterapia fatica spesso a concedersela.
«Dovrei farcela da solo»
Molti di noi hanno imparato presto che essere forti vuol dire non avere bisogno di nessuno. Chiedere aiuto, allora, suona come un'ammissione di debolezza, e quella frase arriva con l'autorità di una regola antica, di cui non ricordiamo più l'origine.
Una regola così ha quasi sempre una storia: una famiglia in cui non c'era posto per le fragilità, un ruolo, quello di chi regge, di chi non dà pensieri, che a un certo punto ha smesso di essere una scelta ed è diventato una gabbia. Ci ha anche protetti, in passato. Ma ciò che protegge può diventare un peso quando non lascia più parlare i nostri bisogni.
Cominciare non richiede di essere allo stremo. Si può venire per una sofferenza intensa, ma anche per una difficoltà che si trascina, una relazione che stanca, un periodo in cui ci si sente disorientati. Non occorre aspettare di toccare il fondo. Serve, questo sì, un po' di partecipazione: portare ciò che si vive, farsi qualche domanda, avvicinarsi anche a emozioni scomode. Ma non si fa da soli.
«Che cosa penseranno di me?»
Jung chiamava Persona l'immagine che presentiamo agli altri: il modo in cui vogliamo essere visti e, in parte, il modo in cui pensiamo di dover essere. Non è una finzione, ci serve per vivere insieme alle altre persone. Ma quando quell'immagine è quella di uno sempre a posto, capace, che non ha bisogno di niente, l'idea di sedersi in uno studio di psicoterapia può sembrare una minaccia.
A volte il giudizio è arrivato davvero da qualcuno vicino: una battuta, una scrollata di spalle, un «ma di cosa ti lamenti». Altre volte lo abbiamo assorbito così bene che non serve più nessuno a ripeterlo.
Se raccontarlo, a chi e quando, resta una tua scelta. In studio il segreto professionale tutela quanto viene detto in seduta. E se arriva la vergogna, magari proprio al primo incontro, si può dire anche quella: non devi giustificarti per essere venuto.
